Fiera di Primiero • Trentino • Italia

Giuseppe Ferraro

Insegno filosofia fuori e dentro l'Università. Sono un docente della "Federico II" di Napoli. È accaduto un giorno, da un momento all'altro. Mi sono posto la domanda se continuare a insegnare filosofia così come da anni facevo o se invece cambiare, lasciarla o farla in altro modo. È una domanda che arriva per ognuno, prima o poi. Sfiora ogni persona, scuote professioni, rapporti e relazione.
Per chi fa filosofia è una domanda che cammina a fianco. A un certo punto si mette davanti. Prima ancora che si riesca a formularla, ci si accorge che era già là che aspettava. Vi s'inciampa. A lasciarla perdere, si mette dietro a seguire nella penombra del ripensamento. A raccoglierla è rischioso. Ad aprirla si legge una condizione.
In filosofia non si pongono domande. In filosofia le domande s'impongono. Arrivano da sole. Ogni domanda, alla fine, ci si accorge, è solo un'esitazione di risposta. Una domanda è una risposta timida.
Ad imporsi fu come un fruscio: Se la filosofia si occupa di questioni estreme, sul senso della vita e dell'esistere, allora è sui luoghi estremi che bisogna portarla per sentire cosa ha da dire. Se tace, bisogna riporla via come un giocattolo rotto, buono solo a ricordare un'infanzia passata.
È così che è cominciato. Ho portato la filosofia sui luoghi estremi, sui confini della città. Non quelli segnalati dai cartelli stradali. I confini di una città sono confini di voci. Una città arriva fin dove la voce ha parola, quando invece si smorza in un grido o resta attonita, la città finisce.
Può accadere per strada, in casa, nei luoghi di lavoro. Accade nei luoghi d'eccezione dove si è reclusi o emarginati. In carcere, negli ospedali, nelle scuole del disagio.
Così è cominciato il mio curriculum fuori e dentro l'università, portando la filosofia nei luoghi d'eccezione, tenendo lezioni con gli studenti del corso nei quartieri, a parlare di etica dove l'etica non c'è. Tengo corsi di filosofia con i bambini delle scuole cosiddette a rischio, le scuole d'eccezione, dove le regole sono motivo di devianza. In carcere, tra i minori. Tra gli ergastolani. Nelle scuole dei giovani inascoltati.
Ed è su questo curriculum che mi si è presentata l'espressione della filosofia non più nella traduzione di "amore del sapere", ma del "sapere saggiante il legame più importante", quello al quale si tiene ed è caro. Legami saranno anche i discorsi, ma sono poi i sentimenti che legano, ovunque una relazione è vera.
La filosofia diventa allora un esercizio di cura. Una scuola di filosofia è come una bottega d'artigiano. L'arte della vita. Artigiano è chi con le mani comunica la sua voce alla cose che la esprimono e alle persone che le raccontano. È un curriculum senza titoli e medaglie, senza bibliografie e direzioni. Un curriculum di voci, quelle dei detenuti, dei bambini, dei giovani, delle persone che amano la vita pur tradita dall'esistenza in un mondo che la nega e l'offende.
Filosofi per strada o semplicemente per filia, stando dalla parte di chi cerca le parole per avere respiro. Voci interiori. È così che perseguo il progetto della scuola di filosofia fuori le mura. Una pratica di restituzione, posta tra lo scambio e il dono, per restituire, come proprio di altri, quello che si è appreso a chi non lo ha avuto o lo ha perduto.

Pubblicazioni

La scuola dei sentimenti, ed. Filema, Napoli 2010

Filosofia fuori le mura, ed. Filema, Napoli 2010

Filosofia in carcere, ed. Filema, Napoli 2001

La filosofia spiegata ai bambini, ed. Filema 2000

ABSTRACT convegno 19 maggio 2012, titolo della relazione:
"Il corpo proprio a scuola o della scuola dei legami"

Sappiamo tutto sul corpo, ma è un sapere che fa dell'altro e di noi stessi una cosa. Sappiamo del linguaggio formale e informale, di quello gestuale, metonimico e mimetico. Sappiamo leggere il corpo nelle sue posture e nelle sue patologie, fino ad arrivare a parlare di "pedagogia clinica", coniugando psicologia e pedagogia ovvero consegnando l'una all'altra, ignorando forse l'origine greca della parola che indica nel "kliné" il letto e significando, nel verbo e nelle cose corrispondenti, "klinika", l'abbassare, stendere, mettere a terra, qualcosa su cui intervenire. Si attribuisce così lo scopo del "tirare fuori", "educare", a "facilitare" riportandolo perciò a soggetti in difficoltà e riducendo la relazione insegnante in quella di aiuto.
Chi insegna diventa un "facilitatore" posto sullo stesso piano e contrapposto al "sostegno". Viene marcata la separazione tra istruire e insegnare ovvero educare. Lo studente è così pregiudicato come un malformato. Il ruolo insegnante è inficiato, disorientato, compromesso. Ancora di più quando in certe circostanze si tratta semplicemente di "tenere la classe", un'espressione che cancella di fatto la funzione della scuola.
La facilità del fare non è la felicità dell'operare. Un corpo smette di essere cosa di un aggregato di difficoltà, quando vive della sua voce, in uno stile d'esistenza, in forme di vita e relazioni. C'è una frase di Spinoza che ritorna spesso: «noi non sappiamo che cosa può un corpo». Non va forse intesa come quel che non sappiamo ancora, ma come quel che non è dato nella forma del sapere oggettuale. In quella espressione si allude a un altro sapere, quello che si dà nell'incontro dell'altro in una forma di "acquiscientia" come restituzione, assai diversa dalla empatia e dall'inclusione. Fare sapere non sarà allora semplicemente informare o trasmettere un già dato, sarà piuttosto fare sapere insieme, di saperi differenti, il proprio non sapere e quel che sa un altro, un incontro, un tradursi, in accordo, per capire alla fine che non è necessario essere d'accordo quando si è in accordo. Sarà allora un accordare le voci, una concordia quando si tratta di educare a sapere.
Sappiamo classificare, giudicare, categorizzare. Usiamo il corpo come mezzo, strumento e cosa. A scuola battiamo la mano sul piano della cattedra, alziamo la voce, chiediamo il silenzio, ma è un silenzio coatto, senza attenzione. Comunichiamo la lezione muovendoci tra i banchi, avvicinandoci ora agli uni ora agli altri. "Fulminiamo" con lo sguardo, ma sorridiamo anche di tenerezza per un gesto impacciato, e a lezione vaghiamo con lo sguardo nei pensieri che esponiamo. Il corpo diventa cosa quando perde la relazione. Quando si grida si perdono le parole, la voce resta disarmonica così come anche un pianoforte diventa cosa quando non da suono.
Il fatto è che parlare con il corpo è parlare al singolare. Un esercizio assai difficile in uno spazio plurale come l'aula. Difficile è esercitarsi a una comunità singolare, dove ognuno va seguito e coinvolto. Chi insegna parla sempre ad uno solo in classe ed è quello che ascolta con la propria voce dentro di sé. Si ascolta veramente con la voce, quando ci si parla dentro di ciò che l'altro dice. Troppo a lungo ci è si attenuti a programmi "personalizzati", a "riduzioni di obiettivi formativi", a "profili", perdendo la prospettiva della formazione per obbedire all'obbligo di una formattazione, per cui a scuola si è finito col parlare di "prodotti" sostituendo già il precedente "risultati", facendo somma di competenze e acquisizioni, perdendo la singolarità come relazione, per assumerla come classificazione.
Non basta sapere bene le cose se poi non è dato sapere che cosa è bene fare. Le competenze smarriscono il proprio compito quando perdono il fine del bene comune cui si è chiamati ad operare. Questo, a scuola, i ragazzi lo sanno, lo avvertono, quando non capiscono il fine per il quale si deve imparare. Non sanno del segreto del farsi custodia, parlando dentro quel che è rivolto a dare mondo alla vita.
Eppure, nelle scuole cosiddette "a rischio", quelle delle periferie lasciate all'improbabile e improponibile "formazione professionale", quasi a marcarne una minorità sociale, accade spesso di sentire la voce di chi, avvicinandosi, ripete al suo docente "lo faccio solo per voi", "sono venuto per voi, se era l'altro/a non ci venivo". Sono le voci dei "ragazzi a rischio", quelli della "dispersione scolastica", per i quali "il corpo a corpo" della relazione insegnante è un'esigenza di vicinanza. Si va bene a scuola se si sta bene a scuola. Vale per i giovani, vale, soprattutto, per gli insegnanti. Bisogna sentirli sulla porta di casa, quando rientrano e qualcuno chiede "cosa hai fatto a scuola". "Niente" è la risposta più sentita.
Un'esperienza didattica allora si può dire riuscita quando è raccontabile, se non si può raccontare non c'è stato nulla che rimane. I ragazzi delle scuole del disagio, ma non solo, ti fanno capire presto che la matematica non esiste, ma è solo nel docente di matematica che la espone e che perciò la mostra. Insegnare è forse far segno dentro, segnare, dare memoria, far vedere e dare ascolto. Chi insegna suscita attesa o non insegna. L'attesa è tra l'intravedere e l'ascoltare. Un suono si ascolta, lo si segue. Di un rumore ci si chiede invece la causa.
Non esiste la geografia o la storia se non in chi te la fa sentire. Ogni materia è una disciplina, ma ogni disciplina è una disposizione. Ad insegnare la storia si insegna la disposizione che reclama la sua comprensione. Le regole non sono senza relazioni, separarle significa rendere le regole vuote e le relazioni cieche.
La relazione insegnante allora è un corpo a corpo. Qualcuno, una donna, un uomo, adulti si trovano di fronte e intorno dei giovani, ragazzi e ragazze. Non c'è relazione educativa senza uno scarto che esprime una differenza di genere e di generazione. Né c'è differenza che non sia tale nella singolarità del proprio vissuto di genere e di generazione. La relazione insegnante è nel rapporto di un tempo a un altro tempo, di una storia di fronte ad altre storie. Il proprio tempo, quello delle vicende vissute in un'età della storia e quello della propria età.
Chi insegna dà tutto il proprio tempo, quello vissuto e quello che ha. Una memoria e un presente. Tutto il proprio tempo, quello trascorso negli studi, da giovane, ad apprendere e far proprio ciò che si lasciava comprendere e che risultava d'inciampo.
Il sapere è un possesso senza proprietà, va restituito. Una restituzione imperfetta. Non si potrà mai restituire a chi ci ha dato, ai libri studiati, alle persone ascoltate, a chi abbiamo rubato, perché ascoltare è anche rubare. Chi insegna conosce questi contrasti tra doni e furti, tra aspettative tradite e sorprese inattese. La restituzione è solo imperfetta, si dà all'imperfetto, quello del racconto del proprio tempo che si dà e si ritrae, dando il proprio sapere come propriamente dell'altro che lo apprende. Educare è un modo di amare. La scuola dei legami è l'aver caro, fare sapere saggiante, in se stessi, il legame più importante, il mondo e la vita.

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